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 storia dell'arte, fra Rieti e le Marche

Un pittore per San Domenico: il cavaliere Antonio Concioli da Pergola e la tela della Canonizzazione

 

 

Nel quadro generale della storia dell’arte, e dell’arte sacra in particolare, le Marche hanno rappresentato ben altro che un confine: esso si è rivelato, infatti, uno spazio di transito, un’area di decantazione in cui sono maturate esperienze tecniche innovative, si sono affinate modalità stilistiche ed espressive, si sono affermati modelli, immagini, forme, colori destinati ad essere trasmessi, replicati, altrove riproposti. Quasi un passaggio obbligato per i traffici di merci, di uomini e di idee provenienti dall’area padana nonché dai grandi porti dell’Adriatico, il vasto e multiforme territorio marchigiano s’innerva, dalla spina dell’Appennino, declinando fino alla costa con la sequenza dolce e ubertosa delle sue colline affacciate sulle diagonali delle popolose vallate solcate dal corso dei fiumi, fino a saldarsi con l’area più interna di quello che fu per secoli il Patrimonio di San Pietro.


Arquata del Tronto nell'ascolano confina con il Lazio- foto Fabrizio C

È dunque a tutt’oggi tangibile, notevole per qualità e cospicuo per numero di opere, il lascito dell’arte marchigiana nel territorio della diocesi di Rieti, contermine con la diocesi di Ascoli Piceno: basti ricordare, scegliendo fra le tante testimonianze, la diffusione della tipologia della Vesperbild, che approda attraverso le botteghe camerinesi in Abruzzo e nel Reatino, i segni del passaggio dei Bianchi Battuti con le repliche degli affreschi del miracolo dei pani e della Madonna dell’Olivo, destinati a stringere con la maturazione di un comune lessico pittorico, popolare ma mai plebeo e vernacolare, le relazioni fra l’Umbria e le Marche, oltre alle opere più note e meglio studiate, come il ciclo di affreschi realizzati al tramonto del Quattrocento da Pier Paolo da Fermo nella chiesa di Santa Maria della Filetta (Amatrice).

Negli ultimi due secoli, molti sono stati i fattori di trasformazione storica, economica, sociale, che hanno determinato la soppressione delle congregazioni religiose, il progressivo spopolamento della montagna, la chiusura di tanti luoghi di culto ed hanno esposto al rischio del depauperamento del patrimonio di beni artistici di matrice ecclesiastica.

 

Per questo motivo, fin dagli inizi del Novecento i vescovi avvicendatisi alla guida della diocesi reatina si sono impegnati in un’assidua opera di tutela e conservazione, promuovendo fin quando è possibile il consolidamento delle antiche costruzioni e la salvaguardia in loco degli affreschi e delle opere d’arte, garantendo altrimenti la custodia, la catalogazione, la valorizzazione dei manufatti presso la sede del Museo dei Beni Ecclesiastici.

Il pioniere della conservazione del beni culturali ecclesiastici fu monsignor Bonaventura Quintarelli, alla guida della Diocesi di Rieti dal 1895 al 1915, anno della sua morte. Monsignor Quintarelli, al cui munifico intervento si deve il consolidamento della torre campanaria della cattedrale, la cui staticità era stata compromessa dal terremoto del 30 giugno 1898 tanto da indurre i tecnici della Regia Soprintendenza a decretarne l’abbattimento, ebbe infatti la sensibilità di raccogliere durante le sue visite pastorali tutti gli oggetti liturgici incustoditi nelle tante pievi rurali abbandonate, nelle chiese e nei complessi ex conventuali del territorio soggetto alla sua opera pastorale. Così, il canonico Leopoldo Quintarelli, segretario e nipote del vescovo, ne celebrava la memoria sottolineandone l’impegno nella tutela del patrimonio storico-artistico della Chiesa locale: " raccolse e comperò a sue spese oggetti artistici sacri (…) che la insipienza e la ignoranza dei detentori lasciavano trascurati nelle soffitte e che sarebbero certamente andati perduti, se il provvido intervento (…) non li avesse messi in rilievo ed onore. Con l’andar degli anni aveva nell’Episcopio adibito un corridoio – che servì un tempo da cappella privata del Vescovo – e in un grande armadio chiuso, conservava gli oggetti d’arte sacra raccolti nelle sue pastorali peregrinazioni. Questo piccolo museo, ricco di tanti oggetti di cui l’occhio esperto e competente di mons. Quintarelli aveva saputo riconoscere il valore artistico, alla sua morte fu lasciato in donazione al Museo Civico di Rieti che vide così aumentata la serie di tesori d’arte di cui è ricco". (1)

Allora, né i tempi né le circostanze erano certo maturi perché si potesse ipotizzare l’apertura di un Museo d’arte sacra: i beni ecclesiastici raccolti da monsignor Bonaventura Quintarelli confluirono dunque nella collezione del Museo Civico, aperto nel 1865 nel complesso ex conventuale degli Agostiniani e riallestito nel 1909 presso il palazzo comunale di Rieti. Lunghi decenni trascorsero fino a che nel 1974, poté essere inaugurato da monsignor Dino Trabalzini, all’epoca vescovo di Rieti, il Museo del Tesoro del Duomo nell’allestimento curato da Luisa Mortari, appassionata conoscitrice della storia dell’arte sabina che fin dal 1957 curato un’importante mostra sull’arte locale e, nel 1961, aveva redatto il catalogo e provveduto al riassetto del Museo Civico. Presso il Museo del Tesoro del Duomo trovarono spazio accanto agli arredi ed agli oggetti liturgici della cattedrale numerose opere provenienti da chiese abbandonate, comunque condannate al deperimento. Il criterio espositivo dominante fu dunque eminentemente conservativo, non dissimile nella sostanza da quello adottato per il Museo Civico. Nel corso di tre decenni, sono maturate le concezioni poste in atto, codificate dall’International Council of Museums e condivise dall’Associazione dei Musei Ecclesiastici italiani che individua ed indica la natura teologica dell’opera d’arte cristiana.

Dal 2004, l’attuale vescovo monsignor Delio Lucarelli (2) ha promosso la creazione di un percorso espositivo più ampio ed articolato, che aggiunge all’aula del battistero di San Giovanni in Fonte gli spazi delle sagrestie della basilica inferiore, i suggestivi diverticoli duecenteschi del lapidarium e la maestosa sala delle udienze del palazzo papale ed è allestito mantenendo quanto più possibile integri l’uso liturgico e la valenza catechetica che distinguono i prodotti dell’arte sacra da qualsiasi altro manufatto.

Nel novero delle opere conservate presso il Museo dei Beni Ecclesiastici della Diocesi di Rieti non mancano certo le testimonianze della fecondità dei rapporti con l’area contermine delle Marche: fra queste, assumono particolare rilevanza storico-artistica le grandi tele eseguite sul finire del XVIII secolo dal cavalier Antonio Concioli per la chiesa dei Domenicani

Il cavalier Antonio Concioli: note biografiche

Nato a Pergola da nobile famiglia nel 1736, Antonio Concioli si era formato a Bologna alla scuola dei Galli Bibiena. Completata la sua formazione artistica bolognese, scelse di compiere a Roma la sua carriera artistica. Accademico di San Luca, grazie alla protezione del cardinale Negroni fu incaricato di dirigere l’Accademia di disegno a San Michele a Ripa. A questo prestigioso incarico sarebbe più tardi seguito quello di direttore della fabbrica degli arazzi. Collaborò con Pompeo Batoni, di cui divenne intimo amico. Assai apprezzato dall’aristocrazia romana per l’eleganza e la vivacità delle sue opere, lavorò per numerose chiese romane.

A Rieti, fu chiamato dal Capitolo della Cattedrale per il completamento della decorazione pittorica della cappella di Santa Barbara, patrona della città. Per la comunità dei Padri Predicatori, eseguì le grandi tele destinate alle pareti laterali dell’abside della chiesa conventuale di San Domenico. Morì a Roma nel 1820. Qui fu sepolto, presso la basilica dei SS. Apostoli.

Antonio Concioli merita di essere considerato ed apprezzato nella sua qualità di sagace interprete della trasformazione del linguaggio pittorico ormai in atto nella seconda metà del XVIII secolo, destinata a confluire ed a risolversi nel neoclassicismo. La sua prerogativa saliente, che lo rese celebre fra i contemporanei e ne conserva la fama ai giorni nostri, va ricercata nell’abilità compositiva che sfrutta le grandi superfici delle pareti e delle tele conciliando felicemente, e non senza originalità, i cromatismi di una tavolozza opalescente, fastosa, luminosa, ancora debitrice della lezione barocca, con la sensibilità narrativa, storicizzante dell’evento, che maturerà nei decenni a venire. Questi tratti peculiari della poetica messa a punto dal cavalier Concioli si ravvisano tanto nei dipinti della cappella di Santa Barbara, quarta a cornu Evangelii nella cattedrale di Rieti, quanto nelle tele della pinacoteca diocesana, concepite e realizzate fra il 1788 ed il 1791 per l’abside della chiesa dei Padri Predicatori.

wikimedia: Antonio_Concioli, Madonna, Bambino e S.Carlo Borromeo

 

 


La cappella della patrona Santa Barbara nel duomo di Rieti


La cappella dedicata a Santa Barbara, patrona della città, con le sue eleganti forme barocche è la più fastosa nella cattedrale di Santa Maria Madre di Dio, detta comunemente dell’Assunta. Intorno alla metà del X secolo, al tempo delle invasioni saracene culminanti nella cruenta battaglia che portò alla distruzione dell’antica città sabina di Trebula Mutuesca, le spoglie mortali della martire cristiana Barbara di Nicomedia furono traslate a Rieti e da allora conservate ed onorate come reliquie in cattedrale.

Dopo la parziale distruzione della cattedrale nel 1050 e la successiva riedificazione, che durò dal 1109,quando il vescovo Benincasa benedisse la prima pietra, fino al 1225, quando la nuova basilica fu consacrata, le spoglie di Santa Barbara furono solennemente conservate come reliquie nell’altare maggiore. Questo rappresentò, per secoli, lo spazio sacro deputato al culto della santa. La particolare devozione verso la patrona della città di Rieti indusse finalmente nel 1648 don Antonio Petrollini a stendere testamento assegnando i suoi beni al Comune affinché provvedesse ad edificare in cattedrale una cappella dedicata alla santa. Due anni più tardi, nel 1650, il Comune nominò Loreto Mattei ed Angelo Alemanni, deputati per la realizzazione della cappella, nell’areaad allora occupato dalla cappella della Concezione allestita nel 1464a cura e spesa di Amico Stabili, canonico della cattedrale. Nel 1651 la famiglia Stabili, che aveva ereditato dal prelato i diritti ed i privilegi legati alla cappella della Concezione, ne dunque cedette il possesso al Comune, rappresentato dal gonfaloniere Loreto Mattei e dai nobiluomini deputati Angelo Alemanni, Muzio Capelletti, Pietro Capelletti, Francesco Sisti, Pompeo Vecchiarelli, Pietro Vecchiarelli, Paolo Severi. L’incarico per la progettazione dell’opera fu dapprima affidato all’architetto Pietro Vanni di Scandriglia, poi passò senza successo al romano Monadi. Il Comune interpellò allora Gian Lorenzo Bernini, che aveva a Rieti stretti contatti con la comunità religiosa di Santa Lucia, dove erano monache due sue congiunte. L’artista provvide ad inviare il progetto complessivo della cappella ed il bozzetto per la statua destinata all’altare.

Il disegno berniniano incontrò il favore dei deputati, che ne affidarono la realizzazione a Giannantonio Mari. L’altare finemente ornato si schiude come la valva di una conchiglia incorniciando tra le due sottili colonne corinzie la statua berniniana. Sul timpano, in memoria della primitiva destinazione della cappella,fu collocato nel 1728 un ovale di raffinata fattura, opera ad altorilievo del cavalier Lorenzo Ottoni, dedicato al tema della Concezione di Maria. Lorenzo Ottoni aveva già realizzato tra il 1714 ed il 1718 le quattro grandi statue poste nelle nicchie della cappella, raffiguranti, accanto a Santa Barbara, la beata Colomba,San Francesco e San Prosdocimo. Nel 1730, Giovanni Odazi affrescò la cupola proponendo entro le cornici in stucco la sequenza delle Storie di Santa Barbara.

 

le tele di Antonio Concioli nella Cappella di Santa Barbara (foto fornite dall'autore dell'articolo, dir. ris.)

 

Il contributo dato dal cavalier Concioli alla cappella della patrona Santa Barbara fu determinante al completamento del secolare, impegnativo lavoro. Egli, infatti, realizzò nel 1775 l’allegoria delle Virtù cardinali nei pennacchi della cupola e le due tele laterali raffiguranti le scene del Martirio e della Morte di Santa Barbara. Così ,il 4 dicembre 1778, la cappella di Santa Barbara poté essere solennemente consacrata. L’unanime consenso per l’opera pittorica compiuta dal Concioli indusse il priore dei Domenicani padre Scalmazzi a commissionare all’artista le tele dell’abside della chiesa conventuale.
 

La chiesa di San Domenico a Rieti


Rieti, chiesa San Domenico, foto fornita dall'autore, dir.ris.


La chiesa di San Domenico fu eretta dall’Ordine dei Predicatori fra il 1263 ed il 1294 nel sestiere di Porta Cintia de suptus, dove la comunità domenicana di San Sisto possedeva parte della preesistente chiesa dei SS. Apostoli. Questa fu per secoli la più bella e prestigiosa delle chiese reatine, seconda per ampiezza e per pregio artistico solo alla cattedrale di Santa Maria; vi trovarono sede le confraternite del SS.mo Rosario e di San Vincenzo Ferrer, trasferita in cattedrale nel XVIII secolo. I Domenicani promossero anche la confraternita di San Pietro martire, che ebbe sede autonoma dapprima in prossimità della chiesa, successivamente presso l’Oratorio del chiostro nuovo, pregevolmente affrescato da Lorenzo e Bartolomeo Torresani fra il 1552 ed il 1554, infine presso la chiesa di San Matteo all’Yscla. La chiesa di San Domenico, decorata ad affresco nel corso dei secc. XIV e XV, era riccamente dotata con altari e cappelle dalle famiglie gentilizie della città. Quando nel 1866 la comunità domenicana fu soppressa, il complesso conventuale fu assegnato alle truppe del Regio Esercito e la chiesa fu saccheggiata e profanata: numerose delle splendide opere che documentano la fioritura artistica promossa dall’Ordine dei Predicatori scamparono alla dispersione trovando custodia presso il Museo Civico e presso gli edifici della Curia, grazie alla determinazione del vescovo Egidio Mauri (3), egli stesso domenicano. La chiesa è stata restituita al culto sotto l’episcopato di monsignor Delio Lucarelli, in occasione del grande Giubileo del 2000.

 


Le tele della chiesa dei Domenicani presso la Pinacoteca Diocesana


ingresso (sopra) e galleria della pinacoteca, foto fornite dall'autore, dir.ris.


Sconciate dai colpi delle baionette del Regio Esercito, le grandi tele del Concioli (4) furono a malapena sottratte al definitivo degrado e depositate presso la Curia.

L’allestimento della Pinacoteca Diocesana in anni recenti le ha definitivamente valorizzate, riproponendole all’apprezzamento dei visitatori e facendone una testimonianza saliente di un periodo cruciale della storia nazionale.

Le due tele, dalle identiche dimensioni, erano destinate a decorare le pareti laterali dell’abside della chiesa di San Domenico, dalle sobrie forme ortogonali, un tempo illuminata da una fastosa vetrata.

L’incarico conferito il 18 ottobre 1788 dal priore del convento di San Domenico p. Vincenzo M. Scalmazzi fu onorato dal Concioli entro il 1791. Certo i motivi – la canonizzazione di San Domenico e l’apparizione di Cristo agli Apostoli - furono suggeriti all’artista dalla comunità dei Padri Predicatori, tradizionalmente attenta alla scelta dei temi dell’iconografia a sostegno della sua incessante opera di evangelizzazione e catechesi, ma il Concioli aderì con sagace entusiasmo alla richiesta, facendone propria l’ispirazione.


dipinto del Concioli "La Canonizzazione" , foto fornita dall'autore

 

Il tema della Canonizzazione di San Domenico fu dettato da una memoria storica di particolare rilevanza per la comunità domenicana reatina: qui, infatti, dopo il breve ma esaustivo processo voluto da papa Gregorio IX si compì la cerimonia dell’elevazione alla gloria dell’altare del fondatore dell’Ordine dei Predicatori, in una data che va dal 29 giugno, festività dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, al 2 luglio 1234.

Un giorno più tardi, il 3 luglio, fu infatti emessa dalla cancelleria pontificia presso la corte reatina la bolla Fons sapientiae, verbum Patris, conservata presso la Curia Generalizia dell’Ordine dei Predicatori a Bologna. Papa Gregorio, che aveva personalmente conosciuto ed apprezzato l’opera dei fondatori degli Ordini Mendicanti, Domenico di Guzman e Francesco d’Assisi, fu fautore della rapida conclusione del processo di canonizzazione. La solenne consacrazione del nuovo Santo della Chiesa militante avvenne in cattedrale, certo in un’atmosfera festosa e commossa, alla presenza del maestro generale dell’Ordine frate Giordano di Sassonia  (5) e del penitenziere pontificio frate Raimondo di Peñyafort (6)

L’evento storico viene attualizzato dall’artista che rappresenta la scena della canonizzazione così come è definita liturgicamente nella prassi post tridentina, e per di più dispone il trono del Pontefice, i canonici, i diaconi, il gruppo dei Domenicani, gli armigeri entro uno spazio ben noto e riconoscibile per i reatini di fine Settecento: proprio la sala delle udienze papali in cui oggi i due dipinti di Antonio Concioli sono stati definitivamente collocati.

Si tratta, con tutta evidenza, di un anacronismo, dal momento che il palatium Domini Papae fu progettato ed eretto dall’architetto Andrea magister fra il 1283 e il 1288: ma l’adesione storicistica ai fatti non sempre può conciliarsi con l’esigenza creativa che a volte, come in questo caso, interviene a legittimare l’espediente artistico.

Più libera e sbrigliata, ma pur sempre aderente con lindo rispetto ai canoni estetici dell’arte cristiana, la tela dedicata all’Apparizione di Cristo risorto agli Apostoli.

La scena si svolge su uno sfondo di genere, dal gusto vagamente neoclassico: Cristo si mostra ai suoi compagni, ancora addolorati e turbati dai drammatici avvenimenti della Pasqua, incerti del loro futuro.

Prima che Cristo ascenda al cielo e lo Spirito Santo li fortifichi, i vangeli registrano con scarse varianti alcuni episodi che infondono fiducia agli undici, a cui si aggiunge Mattia, esortandoli al compimento della loro missione.

Così il Risorto si mostra ai suoi, con il capo circonfuso da un nimbo di luce, i segni della passione impressi sul corpo atletico, che ha sconfitto per sempre la morte. Gli apostoli, alcuni dei quali, come San Pietro, identificabili per i loro emblemi parlanti, sono colti nei gesti misurati ed intensi che manifestano la gamma dei loro sentimenti, dall’incredulità allo stupore, dalla pietà all’adorazione.

È evidente che ci troviamo al cospetto dell’opera di un maestro, abile interprete del gusto del suo tempo, capace di coniugare le calde luminescenze della pittura emiliana apprezzate ed apprese in gioventù con il gusto narrativo, storicistico, non esente dall’interesse encomiastico, che sta rapidamente montando anche all’interno dei confini dello Stato della Chiesa.

La sua opera conferma gli assunti da cui questa breve rassegna si è mossa: la cultura figurativa marchigiana ha gettato nel corso dei secoli un solido ponte, ha rappresentato un ineludibile momento dialettico di cui conservano testimonianza anche i centri minori, come è nel caso di Rieti e del suo territorio diocesano.

Ileana Tozzi
direttrice del Museo dei Beni Ecclesiastici
Diocesi di Rieti

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NOTE
(1) cfr. L. Quintarelli, Cenni biografici di mons. Bonaventura Quintarelli vescovo di Rieti, Venezia 1936 Nativo di Fano, monsignor Delio Lucarelli guida la Diocesi di Rieti dal 1997;
(2) nativo di Fano, monsignor Delio Lucarelli guida la Diocesi di Rieti dal 1997;
(3) il domenicano monsignor Egidio Mauri resse la Diocesi reatina dal 1872 al 1888
(4) dalle considerevoli dimensioni di cm. 254 x 445
(5) nato a Burgberg in Westfalia, frequentava la Sorbona quando fu esortato da Reginaldo d’Orléans ad entrare nell’Ordine Domenicano. Nel 1219 fu eletto Provinciale di Lombardia e, dopo la morte di San Domenico, gli succedette alla guida dell’Ordine. Morì nel 1237 in un naufragio durante il viaggio per la Terrasanta;
(6) Canonico della cattedrale di Barcellona, insegnante di diritto a Bologna, aderì all’Ordine dei Predicatori nel 1222. Alla morte di Giordano di Sassonia, fu eletto terzo Maestro Generale dell’Ordine. Morì centenario a Barcellona nel 1275.

BIBLIOGRAFIA
AA.VV., Pittura del ‘600 e ‘700. Ricerche in Umbria, I, Treviso 1976
AA.VV., La chiesa di San Domenico. Testimonianze d’arte, storia, fede, Atti del convegno (Rieti, 5 maggio 1995), Rieti 1995 >br> V. BOSCHI, Notizie storiche sopra la chiesa ed il convento di San Domenico a Rieti, Rieti 1910
V. CASALE, voce Antonio Concioli, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana
U. THIEME – F. BECKER, Allgemeines lexicon der bildenden kunstler, vol. VI, Leipzig 1907-1942
I.Tozzi, Rieti. La città e la Valle Santa – Le guide de “Il Territorio”, Rieti 2004
Id., Il Museo Diocesano, Rieti 2004
Id., La Pinacoteca Diocesana, Rieti 2005
Id., La chiesa di San Domenico a Rieti: interventi di restauro, in «Lazio Ieri e Oggi», Anno XLI n° 2, febbraio 2005, pp. 58-59

 

 

 

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