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La musica dei quadri di EUGÈNE DELACROIX

Delacroix , considerato il maggior pittore romantico di francese, nacque a Charenton-Saint Maurice alla fine del 18° secolo; suo padre era Charles de Contaut. Fu allievo anche di Guerin ed ebbe la possibilita' di conoscere Gèricault . Fu grande amico di C.Baudelaire . L'artista amava anche scrivere. Ha lasciato un Journal in tre volumi e numerosi articoli. Molte delle sue opere sono ovviamente conservate al Louvre. L'articolo è di Donatella Lodico (suoi diritti d'autore interamente riservati)

 

Per comprendere interamente la poetica del pittore francese Eugène Delacroix (1798-1863), in aggiunta ai suoi scritti (tra cui fondamentale risulta il suo Diario) è utile considerare le pagine che Charles Baudelaire - poeta che lo apprezzò moltissimo come pittore, comprendendone subito la modernità -, gli dedicò in occasione dei Salons parigini, e la biografia scritta da Achille Piron, nella quale sono riportati alcuni brani scritti da Delacroix stesso, ancora non pubblicati.

Nel Salon del 1846 Baudelaire vuole far conoscere le idee del giovane pittore al pubblico, ma prima di passare al capitolo che lo riguarda, egli si sofferma sul concetto di "arte romantica" e sulla questione del colore nell'arte moderna. I punti su cui lo scrittore insiste maggiormente sono la valutazione del mondo interiore e spirituale dell'artista e il riconosciuto predominio assunto ormai dal colore, come mezzo di espressione di tale mondo intimo.

Le valide affermazioni critiche di Baudelaire si incentrano sulle idee di quadro armonioso e di melodia dei colori. Egli spiega che esistono differenti colorazioni che equivalgono a altrettante sensazioni emotive, cioè "toni gai e vivaci, allegri e tristi; ricchi e gai, ricchi e tristi, alcuni comuni altri originali". Spiegazioni queste che hanno immediato riscontro negli scritti di Delacroix, pittore che secondo Baudelaire usa un colore spesso dolente.

Chiarendo meglio l'argomento, il poeta riporta anche un passo di Hoffmann dove i colori, i suoni e gli odori risultano strettamente legati e connessi fra loro nei ricordi.
Non solo il Romanticismo e il colore portano Baudelaire direttamente a Delacroix, ma anche altre concezioni presenti nella sua opera pittorica e letteraria, quali il considerare l'arte come un'astrazione; il sacrificare in un quadro il particolare all'insieme; il rifiuto dell'imitazione della natura e quindi del modello perché diminuirebbero il risultato personale di un'opera; l'importanza acquisita invece dal ricordo, dalla memoria e soprattutto dall'immaginazione "regina delle facoltà" e "regina del vero", elementi questi che permettono di sintetizzare e ricreare le cose viste e le situazioni vissute, con un forte potere di sintesi e con maggior vivezza.

Baudelaire aveva inoltre compreso l'importanza che per Delacroix aveva avuto il viaggio in Africa (1832), sia nella scelta di nuovi soggetti, che nelle riscoperta della luce e del colore propriamente orientale; un colore che non serviva esclusivamente per dare volume o consistenza alla forma, quanto piuttosto per generare sensazioni di piacere nelle sue armonie, ed emozioni nei suoi contrasti.

Delacroix partiva dalla natura per imparare i suoi vocaboli, essa era il suo "dizionario", ma non la riproduceva quale era perché prima di tutto egli cercava di riprodurre il suo pensiero interiore. Scrive nel 1824: "la novità è nello spirito che crea, non nella natura che è descritta" (Diario, 14 maggio). L'artista vuole trasportare queste sensazioni personali direttamente nell'animo del fruitore dell'opera, egli, ancora nel suo Diario (8 ottobre 1822), asserisce di voler istituire, con i suoi quadri un ponte tra il suo io e lo spettatore. L'arte ha questo solo scopo: lasciare un'impressione profonda in chi la contempla, infondere un'emozione che nasce subitamente al primo sguardo, grazie alla composizione delle linee e all'armonia dei colori ricercate dal pittore.

A tale proposito famosissimo è il brano del Diario nel quale Delacroix usa l'espressione "la musique du tableau", cioè quella "impressione che risulta da una certa disposizione di colori, di luci, di ombre" quando entrando in una cattedrale e mantenendosi a una distanza tale da un dipinto, da non capire cosa rappresenta, "si è presi spesso da questo accordo magico, potere che talvolta le linee possiedono da sole grazie alla loro grandiosità. In ciò consiste la vera superiorità della pittura sull'altra arte perché questa emozione si rivolge alla parte più intima dell'anima".

Delacroix amava la musica e la suonava anche, suo grande amico era Chopin: "In fondo alla gioia che essa dà, vi sono sensazioni poetiche, una gradevole fantasticheria che le facezie parlate non potrebbero mai ispirare" (7 settembre 1822). Come i suoni non descrivono nulla, pur mantenendo una loro forza espressiva, e valgono per loro stessi, così accade ai colori che, pur non essendo delle parole, parlano più rapidamente di esse al riguardante.

L'episodio di Kandisky, nel secolo seguente, colpito da un suo quadro lasciato capovolto e visto nella penombra dello studio, è significativo e dimostra come e quanto Delacroix abbia compreso la comunicazione intersoggettiva che si instaura tra noi e il gioco di linee e colori indipendentemente dal soggetto - oggetto; egli anticipa certe posizioni del primo astrattismo e, più vicino a lui, certi indirizzi della pittura simbolica della fine dell'Ottocento (ad esempio di Paul Gauguin e Maurice Denis).

Cleopatra ed il contadino; foto da wikipedia

L'11 gennaio 1832 Delacroix parte per un lungo viaggio che lo condurrà in Spagna e nel Nord-Africa (Marocco e Algeria); come numerosi intellettuali romantici egli aveva sognato di visitare mondi esotici, e finalmente può venire in contatto con luoghi affascinanti e sconosciuti a molti. Stordito da tutto ciò che vede, annota nel suo taccuino ogni impressione, sia verbalmente che figurativamente con rapidi e minuti schizzi ad inchiostro o acquerelli: luoghi, edifici, indigeni dalla vesti sgargianti e originali, e soprattutto i colori di quelle terre così diversi da quelli francesi e così luminosi da abbagliare.

Di questo nuovo mondo, inoltre, lo attrae l'uomo africano, il suo modo di essere e di vivere, l'artista fa sue delle suggestioni che riempiranno il suo repertorio figurativo per tutta la vita. Viene colpito dalla semplicità, il primitivo, la stasi contemplativa, la filosofia di vita di quegli uomini che tranquillamente seduti o pigramente sdraiati a parlare o a fumare, restano indifferenti allo scorrere del tempo.

Delacroix, in circostanze eccezionali, viene ammesso anche in un harem ad Algeri: rimane incantato di fronte alla visione delle bellissime donne che vi abitano, ingioiellate e vestite di sete lucide, è per lui come una ulteriore rivelazione dell'antico, più tardi scriverà in una lettera "L'aspect de cette contrée restera toujours dans mes yeux; les hommes et le femmes de cette forte race s'agiteront, tant que je vivrai, dans ma mémoire; c'est en eux que j'ai vraiment retrouvé la beauté antique".

Quasi aggredito da questa realtà, il pittore riesce a trasporla nel suo quadro Donne d'Algeri del 1834 (Parigi, Louvre), in un ideale che allontana da noi la tangibilità delle immagini, chiuse nel loro silenzio e nella loro malinconia. Il raffinato gioco cromatico ci trasfonde l'essenza di ogni elemento nella composizione - compresa la superba figura di inserviente negra: anticipatrice in un certo senso della pittura di Manet -, il giallo oro, il rosso ciliegia, gli azzurri e i verdi brillanti, l'inconsueto violetto, aiutano a evocare questo sogno e a emanare sensazioni di ricchezza, calma, amore, che appartengono a un mondo femminile, non turbato dall'azione, nobile e arcaico.

Più tardi Delacroix si dedicherà alla serie di Odalische, immagini semplici e al di fuori di ogni significato, se non quello di ritrarre la sensualità femminile. Il soggetto principale è la pittura stessa, quella musica appunto, così coinvolgente, le cui note corrispondono ai colori, una voluttà di colori che ben si associa all'abbandono delle donne fra i cuscini: rosso intenso, oro brillante, giallo luminoso. Una pittura e un cromatismo che ci riportano indietro nel tempo, al Cinquecento di Veronese e al Seicento di Velazquez e di Rubens.

Colori-note che col passare del tempo l'artista renderà sempre più brillanti e accesi, rivelando completamente il suo grande istinto di colorista e "compositore", fino ad arrivare alle figure incorporee della Cappella dei Santi Angeli nella chiesa di Saint-Sulpice a Parigi: il testamento di Eugène Delacroix.

Gli episodi affrescati si riferiscono alla Lotta di Giacobbe con l'Angelo, ambientata in un paesaggio, e alla Cacciata di Eliodoro dal tempio, inserita in una struttura architettonica (1861).

Inutile ripetere che tutto è lasciato alla libera fantasia, e neanche il paesaggio è riferibile a un luogo reale. Il soggetto principale è di nuovo la pittura con le linee che suggeriscono il movimento, la luce che esalta i colori distribuiti sulle vesti e gli oggetti, secondo combinazioni più ricercate e più sottili. Il pittore francese sembra non trascurare alcun colore in queste due composizioni; per dar sfogo alla sua musica interiore, impiega addirittura gli effetti dei colori complementari e la legge del contrasto simultaneo.

Come nota Corrado Maltese, Delacroix è "una porta aperta verso la pittura successiva", quella dell'impressionismo e del post-impressionismo, e dato il carattere del tutto visionario di questi affreschi a Saint-Sulpice, irrealtà, piattezza e "sensazione di immenso arabesco", in essi è presente il germe della pittura di un Gustave Moreau o di un Odilon Redon.

Donatella L. (dir.riservati autrice)

Bibliografia essenziale

A. PIRON, Eugène Delacroix sa vie et ses oeuvres, Paris 1865

E. DELACROIX, Diario, Torino 1954

C. MALTESE, Delacroix, Milano 1965

C. BAUDELAIRE, Scritti sull'arte, Torino 1981

 

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