interventi e studi

Premessa a cura redazione: uno dei quadri più noti di Annibale Carracci (Bologna 1560-Roma 1609)  è la " Santa Margherita" (in Santa Caterina dei Funari, Roma) che all'epoca suscitò perfino l'interesse del Caravaggio nonostante- come riferito dai cronisti- il dipinto fosse semplicemente una rielaborazione della figura di Santa Caterina già rappresentata in un altro quadro (" Madonna di San Luca " oggi al Louvre). Partendo da questa vicenda- narrata da un cronista dell'epoca- un quadro della Diocesi di Rieti pone ora alcune interessanti questioni che in buona parte potranno essere risolte dopo i necessari restauri.

Per opportuna visione dei due famosi quadri rinviamo a due link : Santa Margherita  e Madonna San Luca

Con l'occasione per chi non conosce i noti affreschi dell'artista in Palazzo Farnese (Roma, attuale ambasciata di Francia)  rinviamo ad altro sito


 

Santa Caterina d'Alessandria o Santa Margherita d'Antiochia?
 ipotesi attributive per una tela carraccesca presso la Pinacoteca Diocesana di Rieti

"Del 1564, fu fabbricata questa chiesa con bellissima facciata, e campanile dal card. Federico Cesi, e ne fu architetto Giacomo della Porta. E' unita ad un monastero di monache di S. Agostino, che hanno cura di zitelle. Entrando per la porta maggiore nella prima cappella a mano destra è in tela dipinto una S. Margherita, opera bellissima d'Annibale Caracci, mandata di Bologna da Lucio Massari suo allievo, che la copiò dall'originale del medesimo, che sta nel duomo di Reggio in una gran tavola con molte figure, e da quella di S. Caterina ricavò questa di S. Margherita; ed avendola poi Annibale ritoccata tutta, vi cancellò la ruota, e la corona, e vi fece la testa del drago sotto il piede, e nel mezzo del frontespizio dell'ornamento, fatto con suo disegno, espresse la coronazione della Madonna. Questa pittura in Roma gli recò credito singolare, e nome di gran maestro".

Così la testimonianza della "Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma" di Filippo Titi (1763) fa luce sulla storia di un'opera d'arte destinata al successo, replicata più volte in contesti diversi e distanti fra loro.

L'interesse a far luce sull'archetipo carraccesco e sulle sue filiazioni nasce dalla discussa attribuzione di una tela custodita presso la Pinacoteca Diocesana di Rieti.


l'opera -molto rovinata- di Rieti

In fase di allestimento e stesura del catalogo, la tela era stata descritta come riferibile alla cultura figurativa emiliana del XVII secolo e messa già opportunamente in relazione con la Santa Margherita di Annibale Carracci. In un secondo momento, però, veniva messa in discussione l'identità della Santa, in cui si voleva ravvisare Santa Caterina d'Alessandria.
Fin quando gli eventuali emblemi parlanti che potrebbero affiancare la bella immagine muliebre non saranno riportati alla luce da un intervento di restauro - reso necessario, peraltro, dalle condizioni dell'intelaiatura ormai del tutto priva di tensione e dalle lacerazioni della tela - sono gli argomenti storici e storiografici a suggerire che la tela reatina raffiguri la Santa martire d'Antiochia e non la martire di Alessandria d'Egitto.

Infatti, sulla scorta della testimonianza del Titi, scopriamo che fu lo stesso Carracci, in collaborazione di uno dei tanti allievi della sua operosissima bottega, ad utilizzare il medesimo schema compositivo per rappresentare entrambe le Sante. Se il primato cronologico - e dunque l'originalità della composizione - va riconosciuto a Santa Caterina d'Alessandria, diffusione e divulgazione del modello spettano senz'altro al tema iconografico di Santa Margherita.

Il bolognese Annibale Carracci, che insieme con il cugino Ludovico aveva fondato qualche anno prima l'Accademia dei Desiderosi (1582) e presto avrebbe dato vita all'Accademia degli Incamminati (1590), era già artista celebre in Emilia quando nel 1589 fu incaricato di realizzare una pala d'altare per la cappella dei notai presso la cattedrale di Reggio. Il tema prescritto era quello di una Sacra Conversazione in cui avrebbero affiancato la Vergine San Luca evangelista e Santa Caterina d'Alessandria.
Fin dal medioevo, l'Arte dei Notai aveva eletto San Luca a proprio patrono, perché l'evangelista era frequentemente raffigurato intento nell'atto della scrittura. Anche Santa Caterina d'Alessandria godeva di una particolare devozione da parte della corporazione notarile.
Nella grande tela (m. 4,01 x 2,26) consegnata dal pittore nel 1592, San Luca è raffigurato per ben due volte: nel coronamento, egli è parte integrante del gruppo dei quattro Evangelisti che compaiono accanto alla Vergine, mentre questa ostende il Bambino Gesù in un tripudio di delicate creature angeliche, mentre nel registro inferiore occupa la porzione sinistra del dipinto ed è speculare rispetto alla figura di Santa Caterina d'Alessandria.
Nel complesso, l' Apparizione della Vergine a San Luca ed a Santa Caterina, che il catalogo del Louvre registra come Madone de saint Luc, compendia con efficacia il dettato della tradizione iconografica, ribadita nell'ordinamento dello schema sintattico che sceglie come punto focale il vertice rappresentato dalle teste affiancate della Madonna e del Bambino Gesù.
Da qui promana la luce celestiale che pervade la parte superiore del dipinto, scandita dalla soffice cortina di nubi che funge da trono alla Vergine, a cui fa da contrappunto la morbida luminosità dello scorcio di paesaggio che si apre alle spalle dei Santi.
La tela romana ripropone dunque la silouette di Santa Caterina d'Alessandria, modificandone gli elementi emblematici fino ad attribuirle l'identità della martire di Antiochia : entrambe vissute in età pagana nelle regioni medio-orientali dell'Impero di Roma, sia Caterina che Margherita devono la loro fortuna agiografica alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varagine, che ne raccolse, rielaborò e ripropose la vita esemplare.

Stando alle fonti medievali, dunque, Caterina d'Alessandria sarebbe stata l'unica figlia del re di Costa, invano chiesta in sposa dall'imperatore Massenzio. Votata alla vera fede, la giovane avrebbe rifiutato le nozze e vinto la sfida intellettuale con cinquanta retori chiamati a mettere in discussione i principi della dottrina cristiana. Imprigionata e lasciata senza viveri, sarebbe stata nutrita per dodici giorni da una colomba. Sarebbe poi fallito il tentativo di sottoporla al tormento della ruota, che divenne il suo emblema parlante. Infine, sarebbe stata decapitata e dal suo collo, spiccato dal busto, si sarebbe effuso latte.
Anche Margherita di Antiochia, così come riporta il Martirologio di Rabano Mauro, sarebbe stata una fanciulla di nobili natali, figlia del patriarca Teodosio martirizzata al tempo di Diocleziano. La sua nutrice l'avrebbe educata ai precetti della vita cristiana. Giovinetta, mentre un giorno pasceva le pecore, fu vista dal prefetto Olibrio che, colpito dalla sua bellezza, la chiese in sposa. Al rifiuto, motivato dall'adesione al cristianesimo, seguì inevitabilmente la denuncia, il processo ed il martirio. Durante la carcerazione, la giovane fu tentata invano dal demonio che le si mostrò sotto forma di drago, diventando successivamente il suo attributo iconografico.
La devozione popolare associa Santa Caterina d'Alessandria e Santa Margherita d'Antiochia, insieme con Santa Barbara e Santa Dorotea, tra le Quatuor Virgines Capitales.

Ma quale delle due martiri paleocristiane appare raffigurata nella tela reatina dell'anonimo artista carraccesco?

In attesa di una risposta definitiva, che soltanto gli esiti del restauro potranno assicurare se dalle fitte ombre della tela emergeranno simboli eloquenti, non resta che analizzare gli elementi storiografici esterni.Nella città di Rieti, proliferarono in età medievale i monasteri benedettini e ben due di questi furono intitolati alle martiri in questione.

La comunità di Santa Caterina d'Alessandria fu istituita al tempo del vescovo Raimondo (1341-1346) nel popoloso sestiere di porta Accarana o Herculana, e costituita ufficialmente con una bolla del 14 giugno 1348.
Le religiose vissero presso il loro monastero fino al 1803, quando questo fu affidato alle Oblate del Bambin Gesù dal vescovo Saverio Marini (1779-1813). Il provvedimento fu reso necessario per salvaguardare la comunità, ridotta a sole cinque monache e ricostituita presso il monastero di San Benedetto, ed evitare che gli edifici di via degli Abruzzi venissero confiscati dal governo napoleonico.

Diversa era stata la storia della comunità di Santa Margherita: questa era stata infatti una delle più antiche comunità benedettine, insediatasi extra moenia nella ubertosa piana reatina.
Nel 1453, il vescovo Angelo Capranica (1450-1468) decretò la fusione della comunità di Santa Margherita nel monastero urbano di Santa Scolastica, che era stata istituita intorno alla metà del XIV secolo in porta Cintia de suptus. Nel 1498, infine, nelle vicinanze di questo monastero benedettino fu costruita la chiesa di Sant'Andrea, che le religiose utilizzavano per le loro funzioni.
Sul finire del XVII secolo, essendo ormai troppo angusta e disagevole la chiesa di Sant'Andrea, le monache di Santa Scolastica incaricarono l'architetto Francesco Fontana di progettare una nuova chiesa: il 3 aprile 1696 il vescovo Ippolito Vincentini pose la prima pietra dell'edificio, compiuto dalle maestranze di Antonio M. Ravazzani e finalmente consacrato dal vescovo Bernardino Guinigi il 1 maggio 1717.
La chiesa a croce greca, coronata da un alto ed armonioso tiburio, è tra le più belle costruzioni destinate al culto nella città di Rieti: la facciata alterna con gusto raffinatissimo il rosso laterizio ed il bianco latteo del travertino, aprendosi con un elegante portico sulla strada che un tempo fu il corso cittadino.
Gli interni, dalle volumetrie compatte ed equilibrate, custodiscono come uno scrigno preziosi dipinti dei secoli XVII-XVIII.
Proprio alla decorazione pittorica della loro chiesa, le monache di Santa Scolastica affidarono memoria degli antecedenti storici della comunità.In memoria del Santo apostolo titolare dell'antica chiesa, venne realizzata la pala dell'altare maggiore raffigurante la Crocifissione di Sant'Andrea apostolo.
La storiografia locale, capeggiata da Angelo Sacchetti Sassetti, seguendo la tradizione inaugurata da Giovan Pietro Bellori concordemente attribuiva l'opera ad Andrea Sacchi (Nettuno, 1599/1600-Roma, 1661).
In anni più recenti, la critica ha invece ricondotto la tela alla cerchia di Annibale Carracci: si tratta un'ipotesi formulata da Roberto Longhi, ripresa e convincentemente argomentata da Federico Zeri, documentata nel fondamentale studio di Liliana Barroero e Lidia Saraca Colonnelli Pittura del '600 a Rieti .
Le due storiche dell'arte scartano l'attribuzione del dipinto al regesto di Innocenzo Tacconi, per suggerire invece il nome di Antonio Maria Panico: si tratta in ogni caso di artisti che gravitano nell'ambito dei più assidui collaboratori di Annibale Carracci.
La scelta dei soggetti - Sant'Andrea e Santa Margherita - legati intimamente alla storia della comunità di Santa Scolastica, nonché le affinità stilistiche fra i due dipinti, unici ad essere riconducibili a Rieti ad una matrice culturale emiliana contribuiscono a dare spessore all'ipotesi che la tela della pinacoteca diocesana possa raffigurare la martire di Antiochia e provenga dal vicino monastero benedettino, che dopo l'unità d'Italia fu adibito a sede carceraria.
Ileana Tozzi  (riservati i diritti di riproduzione dell'autrice)


(bibl.)
L. Barroero-L.Saraca Colonnelli, Pittura del '600 a Rieti, Fondazione Marchese Rodolfo Cappelletti di Santa Maria del Ponte, Rieti 1991

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