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Arturo Martini - “Morte di Saffo” (1940)

 

Durante gli ultimi anni di attività, lo scultore Arturo Martini (Treviso 1889 - Milano 1947) teorizzò il declino della sua stessa arte con la pubblicazione del significativo volumetto “Scultura lingua morta” nel 1945; egli percepì l'incapacità della scultura a relazionarsi con il mondo moderno e la sua conseguente mutazione in un linguaggio ormai arcaico, al quale ricorrere tuttalpiù solo nei momenti celebrativi ed istituzionali. Ma Martini con le proprie affermazioni non ha rivolto una semplice e sterile critica alla scultura, le sue parole sono il frutto di un percorso di sperimentazione artistica durante il quale egli ha cercato nuove via d'uscita per permetterle di sopravvivere, per renderla quindi un'arte attuale capace di esprimersi in pieno e liberamente, eliminando i retaggi e gli anacronismi che si portava addosso da secoli. Va aggiunto però che non ritenendo riuscita tale impresa, ma confidando nelle possibilità delle generazioni successive, all'interno dello stesso testo ha lasciato i “comandamenti” per “qualche giovane immacolato” a cui “balenerà la speranza di una rinascita(1).
Quello che interessa e ci si domanda qui è: cosa ha fatto Martini per salvare la scultura? Quali sono stati i tentativi, certamente non andati a buon fine tanto da pubblicare il testo del '45, con i quali si è svolta la sua ricerca in questo senso? Una risposta a queste domande si può tentare prendendo in considerazione la statua “Morte di Saffo” databile al 1940 circa. Ultima di quattro redazioni dello stesso mito realizzate nell'arco di circa dieci anni, è probabilmente una delle opere che illustra al meglio parte di concetti e aspettative maturati dall'artista trevigiano nei confronti della scultura; egli tuttavia non ne fu mai soddisfatto, tanto da non volerla mostrare ai suoi allievi e distruggere una precedente versione in marmo (quella in bronzo è una fusione ricavata dal calco di quest'ultima).
Non è una statua propriamente astratta, benché Elena Pontiggia noti come Martini la definisca astrattamente considerando i due massi e il corpo “tre ritmi” e di conseguenza l'intera opera “d'ordine ritmico (2); giustissima osservazione, ma forse non basta questo paragone con la musica ad iscriverla tout court nell'ambito del non figurativo. L'astrazione, intesa nel senso proprio del termine, Martini la toccò solo con il bronzo “Atmosfera di una testa” del '44.

Morte di Saffo” è un'opera al limite tra figurativo ed astratto, è in bilico tra questi; quelli che si vedono sono scogli, elemento naturale, anche se vagamente stilizzati e Saffo appare scoglio essa stessa, si mimetizza perché, come ci spiega Nico Stringa, è “Saffo che ritorna alla madre terra” come “in Martini la scultura che ritorna alle proprie origini(3); e quindi, rifacendosi all'idea dell'artista secondo la quale “nel sasso c'è tutto l'infinito, tutto senza misura” (4), la poetessa che diventa masso trasformando in un blocco di pietre l'intera opera è sinonimo della scultura che ritorna al sasso, alla sua forma più primitiva e nella quale era già presente prima di essere creata. Partendo da questa riflessione si può iniziare a stabilire la correlazione dell'opera con una semplificazione dei volumi derivante dalla ricerca martiniana, piuttosto che col comune astrattismo; accostandola più avanti ad altri pensieri dell'artista ciò sarà percepibile in maggior misura.
Procederemo ora seguendo un ordine cronologico che, attraverso le metamorfosi succedutesi nella trasposizione del mito negli anni, ci porti fino alla genesi della quarta versione di Saffo.

Arturo Martini si avvicinò dai primi anni trenta al soggetto mitico della poetessa greca vissuta tra il VII ed il VI secolo a.c., che la leggenda vuole si sia gettata sugli scogli da un faro dell'isola di Leucade per un amore non corrisposto dal bel Faone, entrando in questa leggenda con la forza poetica che contraddistingue molte delle sue opere in quegli anni. È il 1934 l'anno della prima versione, rimasta allo stadio di bozzetto e oggi conservata nella Collezione Maestrello di Treviso. La donna è stesa sui massi in tutta la plasticità della sua figura, ben definita nelle proprie caratteristiche: il viso tondeggiante che s'incurva delicatamente e dai lineamenti appena accennati ma delicati, gli occhi chiusi sono un semplice taglio arcuato come la bocca, anch'essa semplicissima ma molto espressiva; i capelli scomposti dalla caduta si ricollegano al basamento e la loro conformazione a piccole ciocche ricorda le statue greche d'età arcaica; le mani appaiono molto ben definite come anche gambe e piedi. È un'opera che risente di precedenti come la “Pisana” del 1928 per una certa morbidezza nella modellazione dei volumi e la proposizione di un soggetto che richiede di essere guardato dall'alto, come dall'alto è caduta Saffo, sviluppato nel senso orizzontale in contrasto con la verticalità che contraddistingue la più classica statuaria. Da notare l'azione della mano che stringe il piede unificando braccio e gamba e circoscrivendo una specie di triangolo, una sagoma che ricorda e sembra anticipare proprio la scultura “Atmosfera di una testa” citata in precedenza, un gioco tra pieno e vuoto che rimanda al concetto martiniano di forma non come massa, ma come un vuoto che la circonda. È un gesto quasi infantile che oltre a caricare di valenza patetica l'opera è sintomo di muscoli ancora tesi: lo scultore quindi ha voluto cogliere l'istante preciso in cui il corpo di Saffo ha appena urtato gli scogli. L'intera opera è ancora concepita come una stratificazione di elementi separati, la poetessa è un corpo sui dei massi a loro volta posti su un basamento, che si sovrappongono mantenendo una propria individualità. Saffo risulta quindi qualcosa di altro dagli scogli: Martini in questo caso è ancora lontano dalla concezione di una “Morte di Saffo” come quella del '40, dove è una scarsa distinguibilità dei due elementi a farla da padrona.

Ancora pienamente figurativa è la seconda versione del 1935, oggi conservata in collezione privata, dove Saffo mantiene intatte le sembianze umane, seppure l'iconografia sia rimaneggiata pesantemente rispetto alla precedente: è in posizione sollevata, le ginocchia alzate sulle quali pende un morbido panneggio. Con la bocca aperta sembra urlare il suo dolore, diversamente dalla redazione precedente che trasmette l'impressione di serenità nella morte, qui Martini raffigura la disperazione della morte, arriva ad un patetismo ed un lirismo intensi, come le poesie della stessa Saffo. A questo si aggiunge una superficie in bronzo scabra che riflette la luce sviluppando dei bagliori capaci di enfatizzare la portata drammatica dell'evento ritratto. Ritorna anche qui la figura del triangolo, visibile in questo caso lateralmente e formato dalle gambe, dal busto a dal braccio sinistro che si avvicina, ma non stringe più, il piede. È una Saffo fortemente tragica.

Più consistente è il salto tra quest'ultima e la piccola versione in gesso patinato del 1936 circa, conservata a Vicenza nella collezione della Banca Popolare Vicentina, dalla quale sono stati in seguito tratti due bronzi. La Saffo del '36 si rifà nella struttura compositiva alla prima versione e continua ad essere riconoscibile come una donna con un proprio corpo, ma tutto è diventato stilizzato: si distinguono gli arti, le mani sono piuttosto sbozzate e non ben definite, come anche i piedi. Non ha più un volto con tratti somatici, neppure sommari: è visibilmente allungato diventando un tutt'uno con i lunghi capelli scompigliati dalla caduta e ritornati nella posizione al di sopra della nuca della prima versione. Busto, braccia e gambe tornano ad inscrivere una forma triangolare, in quanto è presente il particolare della mano che stringe il piede già visto nella prima trasposizione della scena. Sembra quasi abbracciare lo scoglio su cui si è gettata alla ricerca della morte, come se questa fosse vissuta nell'accezione positiva di una liberazione, come se l'impatto sugli scogli fosse stato ardentemente ricercato, tanto da Saffo per i suoi tormenti amorosi, quanto da Martini per cercare di far svanire la figura umana nel sasso: ed infatti qui la superficie scabrosa del corpo tende ad assimilarla a quei massi, iniziando a dissimulare le sembianze umane nell'elemento naturale, un processo che si svilupperà ulteriormente nella quarta redazione. Aumenta invece l'effetto tragico dell'insieme: rispetto alla prima versione c'è l'impressione di una maggiore violenza nella caduta, data dall'angolo più stretto formato dal corpo piegato su se stesso e dai capelli realizzati in un blocco unico che non scende mollemente come nella Saffo del '34, ma è rigido a seguire la linea del busto. Da segnalare è che le due versioni in bronzo non presentano il piedistallo, mancanza non marginale nell'opera di Martini, il quale individuò proprio in quello un elemento di separazione tra la scultura e l'universo che la circonda, da eliminare per farle raggiungere la “quarta dimensione” ed essere inserita pienamente nello spazio circostante, non più come un oggetto al di fuori dello stesso.

Ovviamente anche l'ultima, la quarta, “Morte di Saffo” è priva del piedistallo; gli scogli sono diventati più squadrati che in precedenza nello stesso modo in cui si è arrivati all'abbandono quasi totale della figurazione per rappresentare la poetessa. Vediamo la schiena di Saffo ed un elemento tanto antropico come i glutei, ma non ha più una connotazione umana precisa, si perde nella proposizione di un grande bronzo la cui superficie è scabra tanto nei massi quanto nel corpo, unificando volutamente elemento naturale e umano. Nico Stringa ci ricorda che “il salto dalle prime tre versioni figurative alla quarta coincide con il passaggio dalla modellazione alla scultura, dalla creta al marmo”, quindi una concezione totalmente nuova di Martini nel porsi di fronte al mito, trasposto in grandi blocchi di pietra che alludono alla concezione dell'opera “come valore autonomo, come forma necessitata dalla materia(5). Martini stesso parla della Saffo come di un “gioco di volumi e equilibri” che “si compone in opera a sè”, ma imprigionato “nei suoi grandi sviluppi ” dal nudo; egli giunge quindi alla conclusione che “ogni sforzo per arrivare alla purezza della scultura è negato”, perché quest'ultima “appartiene soltanto alle immagini”, al confronto con “bellezze antiche esaurite” (6).
L'artista con la “Morte di Saffo” ha voluto realizzare un'opera di soli volumi plastici, privandola quasi totalmente della figura umana nuda, quella “prigione del nudo e della figura umana” (7) in cui era ingabbiata la scultura e della quale si sarebbe liberata solo arrivando all'indipendenza, potendo così “entrare nel mondo di tutta la natura” (8). Non si è fatto proprio qui un tentativo di distruggere quella prigione, di superare la figura umana e cercare l'indipendenza, riducendo le figurazioni precedenti del mito a solo tre massi? Per di più, secondo uno dei pensieri espressi da Arturo Martini in “Scultura lingua morta”, l'inanimato può diventare scultura solo se abbinato all'immagine dell'uomo: qui invece è l'immagine antropomorfica ad essere assoggettata all'inanimato, cioè gli scogli, trasformandosi in esso; e la volontà di rendere un oggetto senza vita il tema principale svincolato dalla figura umana, fa ulteriormente avvertire nella “Morte di Saffo” un tentativo di ribaltare il dettato imposto dalla scultura fino a quel momento.
Però la “Morte di Saffo” del '40 non riuscì a rappresentare per Arturo Martini il cambiamento sufficiente a garantire la sopravvivenza della scultura; si trasformò piuttosto in un ulteriore passo verso la convinzione nella morte, magari solo apparente, della stessa.


Andrea Rossetti (sono riservati tutti i suoi diritti inclusi quelli di riproduzione)


Note
1) Martini A., “Scultura lingua morta”, Abscondita, Milano 2001, p.26.
2) Pontiggia E., “Morte di Saffo - scheda opera” in “Arturo Martini”, Catalogo della mostra (Milano 2006-2007; Roma 2007), a cura di Gian Ferrari C., Pontiggia E. , Velani L., Skira, Milano 2006, p.218.
3) Stringa N., “Morte di Saffo - scheda opera” in “Arturo Martini: la collezione della banca popolare di Vicenza”, a cura di Stringa N., Electa, Milano 2001, p.141.
4) Scarpa G., “Colloqui con Arturo Martini”, Rizzoli, Milano 1968, p.17.
5) Ibidem, p.165.
6) Stringa N., “Domande alla scultura”, in “Arturo Martini, la scultura interrogata”, Catalogo della mostra (Verbania Pallanza 1999), a cura di Stringa N., Marsilio, Venezia 1999, pp.14-15.
7-8) Martini A., “Scultura lingua morta”, Abscondita, Milano 2001, p.13.



Bibliografia

Scarpa Gino, “Colloqui con Arturo Martini”, Rizzoli, Milano 1968.

Stringa Nico (a cura di), “Arturo Martini. Opere edite e inedite”, Catalogo della mostra (Bassano del Grappa 1996), Electa, Milano 1996.

Vianello Gianni, Stringa Nico, Gian Ferrari Claudia, “Arturo Martini: catalogo ragionato delle sculture”, Neri Pozza, Vicenza 1998.

Stringa Nico (a cura di), “Arturo Martini, la scultura interrogata”, Catalogo della mostra (Verbania Pallanza 1999), Marsilio, Venezia 1999.

Martini Arturo, “Scultura lingua morta”, Abscondita, Milano 2001.

Stringa Nico (a cura di), “Arturo Martini: la collezione della banca popolare di Vicenza”, Electa, Milano 2001.

Gian Ferrari Claudia, Pontiggia Elena, Velani Livia (a cura di), “Arturo Martini”, Catalogo della mostra (Milano 2006-2007; Roma 2007), Skira, Milano 2006.