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GIACOMO SERPOTTA (Palermo 1656-1732)
" Una meteora nel cielo di Sicilia "


L'antica arte dello stucco è stata spesso trascurata perché ritenuta esclusivamente artigianato al servizio dell'architettura o della scenografia.
"Stuc ou marbre factice " recita l'"Encyclopédie", lo stucco come sostituto del marmo bianco e colorato, al fine di risparmiare tempo e denaro. Per poter raggiungere effetti di morbidezza e movimento si inganna dunque la vista. Nell'area mediterranea - contesto climaticamente favorevole per la lavorazione e la conservazione di questo materiale - proprio con il suddetto scopo venne usato già dai cretesi, dagli etruschi e dai romani. Suggestionati dalle splendide opere di questi ultimi, gli artisti della scuola di Raffaello ne riproposero tecnica e motivi decorativi nelle Logge Vaticane e nella splendida Villa Madama a Roma. Primo fra tutti eccelse in quest'arte Giovanni da Udine.

Nel cuore del Mar Mediterraneo, in Sicilia, la tradizione dello stucco non sfiorì, fu anzi tenuta in vita da vari maestri e scuole locali, fino a giungere all'età barocca, intimamente legata agli esordi e allo stile di Giacomo Serpotta. Questi, scultore tra i più illustri del Settecento italiano e non semplice artigiano, dello stucco fece un'arte di altissimo livello. Conoscitore esperto quale era dei segreti del materiale e della tecnica, oltre che abile modellatore fu originale inventore.

Palermitano, figlio d'arte - suo padre Gaspare pur lasciandolo orfano molto giovane ebbe modo di iniziarlo al mestiere -, lavorò intensamente nella sua città, ma com'è noto ricevette commissioni anche ad Agrigento, Monreale, Alcamo e Messina, per opere che purtroppo, per la violenza e per la noncuranza degli uomini o per eventi tragici della storia (come il bombardamento di Palermo nel 1943), non ci sono giunte nella loro integrità originaria. Di alcune possediamo la testimonianza delle fonti scritte, ma c'è da credere che di molte altre si siano perse le tracce.


Serpotta, ciclo Virtù, San Francesco, Alpy 05

Nome e cognome gli suggerirono originali "firme", modellate nello stucco come indovinelli da risolvere: una lucertola (sirpuzza) si arrampica sul piedistallo della Fortezza in San Domenico, come su quello della Beata Caterina in Sant'Agostino. Una conchiglia da pellegrino è visibile sugli abiti di un fanciullo nel gruppo dell'Ospitalità in San Lorenzo (allusione a San Giacomo).
Non conosciamo molte notizie biografiche, numerosi dubbi permangono sulla sua formazione al di fuori del capoluogo siciliano. Sappiamo che i primi incarichi lo vedono collaborare con il fratello Giuseppe: la loro presenza è documentata con certezza nella chiesa del Carmine Maggiore a Palermo intorno al 1683. E non dovette essere la prova di un esordiente poiché, prima di quella data, Giacomo aveva già lavorato a Monreale nella chiesa di Santa Maria dell'Itria (1667 circa), nell'Oratorio palermitano di San Mercurio (1678 circa) e aveva firmato nel 1681 un contratto per la chiesa di Santa Maria degli Angeli alla Gancia (opera perduta). E non si deve dimenticare che in questi anni si colloca una prestigiosa commissione che lo vide impegnato nella lavorazione di una statua equestre rappresentante il sovrano Carlo II (1661-1700)(*1) . Quest'opera - l'unica che conosciamo in cui Serpotta non utilizza lo stucco - fu gettata in bronzo da Gaspare Romano e poi collocata nella piazza del Duomo di Messina dove andò distrutta nei moti del 1848, tuttavia ne resta un piccolo bozzetto bronzeo nel Museo Regionale Pepoli di Trapani.
Si può supporre che non fu il solo incarico di una certa risonanza pubblica, ma certamente la stagione della maturità è costellata di commissioni che gli vennero affidate da ordini e congregazioni religiose della sua città, cosicché gli spazi destinati alla sua creatività furono essenzialmente piccole chiese e oratori riservati a un pubblico ristretto, nei quali lo scultore seppe animare le pareti e i particolari architettonici con figure di vivaci putti, statue allegoriche, statue di santi e beati, rilievi a soggetto religioso e motivi decorativi naturalistici desunti da un affermato repertorio iconografico locale: "gli stucchi-statue, rilievi e decorazioni sembrano coprire le pareti come piante rampicanti producendo l'effetto di un ricco ornato in pieno" (*2) .
Colpiscono soprattutto alcuni rilievi, così impropriamente definiti, che assumono le forme di veri e propri palcoscenici, tanto da sembrare, come è stato rilevato, piccoli "teatrini" di stucco o "teatrini prospettici" (*3 )  Su di essi si alzano quinte naturalistiche o architettoniche e, offrendosi alla luce, si muovono con estrema libertà esili personaggi scolpiti quasi a tutto tondo.


Serpotta, particolare in Santa Cita (Pa) dir.ris. cortesia ass.ne amici musei siciliani


La similitudine col mondo del teatro regge anche facendo riferimento alle statue allegoriche, di più grandi dimensioni, che si sporgono da nicchie dorate e piedistalli verso lo spazio circostante, recitando così la loro parte. Tutte insieme le sue figure vivono in unità, "in un accordo che è di senso quasi musicale e teatrale" (*4) . Le figure femminili indossano a volte dei costumi all'antica: panneggi morbidamente avvolti sui corpi secondo cadenze classicheggianti; altre volte invece esibiscono, persino con un pò di civetteria, vesti e copricapi all'ultima moda. In queste ultime figure emerge lo scultore attento osservatore della realtà, del quotidiano, sia esso grazioso e lezioso, sia semplice e vero. Forse una delle caratteristiche più belle e fresche della sua arte.
E come non rimanere incantati dai delicati puttini che giocano e scherzano fra loro con grazia e naturalezza. Essi più di ogni altra immagine ci conducono a Roma, alla scultura della scuola del Bernini (Raggi, Ferrata), ma anche alle figure modellate da un elegante artista  quale François Du Quesnoy (1597-1643) (*5). Vedi link interno.


Serpotta, particolare S. Cita, ft ass. amici musei sic.

Allo stesso tempo, superando il barocco drammatico o classicista, questi fanciulli si avvicinano allo spirito festoso del rococò europeo e in modo particolare richiamano le piccole figure presenti nelle opere in porcellana prodotte in quell'epoca (*6) .
A tale proposito André Chastel ha affermato: "Si tratta di un rococò - in parte derivato dalle lezioni di Roma, ma sviluppato secondo il gusto locale - che contiene già elementi neoclassici" (*7) . Il classicismo Serpotta lo aveva sicuramente appreso sul posto dalle opere lasciate dal Gagini e dalla sua scuola, mentre per quanto riguarda la conoscenza dello spirito barocco, ci si domanda ancora se si debba credere a un soggiorno romano dell'artista stesso, o si debba propendere per una comprensione delle sue linee guida a Napoli. E se invece si trattò semplicemente di uno studio delle stampe che allora circolavano negli studi degli artisti?
Alla sua morte, nel 1732, Serpotta facendo parte della Congregazione dei Miseremini (in cui entrò nel 1729) fu seppellito nella cripta di San Matteo, dove aveva realizzato una delle sue magnifiche creazioni.
Egli fu "una meteora nel cielo di Sicilia" (*8) , passò velocemente senza lasciare validi seguaci e continuatori: nessuno fu in grado di dominare la materia con la genialità e la grazia che lo contraddistinguono, né i suoi collaboratori, né suo figlio Procopio.


Donatella L. (diritti di riproduzione interamente riservati all'autrice)

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vedasi opere del Serpotta in S.Francesco/Palermo

le foto dell'oratorio di S.Cita sono qui pubblicate per cortesia dell'associazione amici dei musei siciliani (loro diritti fotografici)

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 NOTE
(*1) Carlo II (Carlo V come re di Napoli) fu l'ultimo degli Asburgo e nominò erede Filippo di Borbone.
(*2) R. WITTKOWER, Arte e architettura in Italia 1600-1750, Torino 1993, p. 397.
(*3) La prima espressione è di G. C ARGAN, Storia dell'arte italiana, Firenze 1985, III, p. 454, la seconda è tratta dalla voce Barocco, EUA, II, 411.
(*4) Ibidem.
(*5)Si fa riferimento in particolare al Monumento funebre di Adriano Vryburch (1629) e alla Memoria funebre di Ferdinand van der Eynde (post 1630, forse ultimato nel 1640) nella chiesa di Santa Maria dell'Anima a Roma, e al fregio con putti per i Santi Apostoli di Napoli (1640-42), un tempo a Berlino, distrutto durante il secondo conflitto mondiale.
(*6) P. CASALINI, Giacomo Serpotta a Palermo, 2004, p. 3.
(*7) A. CHASTEL, Storia dell'arte, Bari 1983, p. 258.
(*8) R. WITTKOWER, op. cit., p. 396.

 

interventi: stucchi a Castelvetrano





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