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L’abbazia di Santa Maria in Falleri tra storia e arte

 

Dal 1786 l’abbazia di Santa Maria in Falleri ricade nel territorio di Fabrica di Roma, antica città romana di Falerii Novi, ma la sua vicenda è legata alla storia di Civita Castellana, un tempo Falerii Veteres, da cui dista solo pochi chilometri. Tra la nuova e la vecchia città inevitabile fu un radicale confronto che culminò, durante le incursioni barbariche degli inizi del Medioevo, nell’abbandono da parte della popolazione della città di Falerii Novi, troppo esposta al pericolo, e nel trasferimento sulle alture del primitivo sito più facile da difendere. Nel 1033 con la bolla di Benedetto IX, che stabilì l’unione delle sedi vescovili delle due città, venne (ufficialmente) confermato lo spopolamento di Falerii Novi e il ritorno alla vita di Falerii Veteres nella quale iniziarono a costruirsi piccoli castelli inespugnabili dai quali la città prese il nuovo nome di Civita Castellana, la città dei castelli.

Nel passaggio da Falerii Novi a Falerii Veteres il Vescovo, le autorità civili e il clero, per non lasciare in stato di abbandono la cattedrale di Santa Maria, promossero la costruzione in essa dell’attuale abbazia con annesso complesso monastico. Tra il 1143 e il 1145 una colonia di monaci provenienti dal monastero di St. Sulpice-en-Bugey in Savoia fondò l’abbazia di Santa Maria in Falleri, la 189a  figlia di Pontigny.

La costruzione, che ebbe inizio tra il settimo e l’ottavo decennio del XII secolo, procedette in linea con le esigenze liturgiche e i bisogni primari della comunità. I lavori iniziarono dal coro e proseguirono, senza interruzione, fino al completamento delle navate per terminare intorno al 1190. Il complesso di Santa Maria in Falleri rispetta in toto la tipologia costruttiva di San Bernardo con la chiesa e il monastero ad essa attiguo.

Nonostante la costruzione sia tipicamente cistercense, ancora legata all’arte romanica, problemi relativi all’esatta individuazione cronologica e stilistica della chiesa riguardarono principalmente la zona del coro. La particolare disposizione della parte absidale, un ampio transetto con due cappelle per ogni braccio a terminazione semicircolare che serrano ai fianchi il coro di analogo tracciato semicircolare, un unicum nel panorama dell’edilizia cistercense italiana e laziale, generò tra gli studiosi incertezze e una vera e propria “questio” sulla reale origine dell’abbazia.

La prima tesi, proposta dalla Wagner Rieger e dallo Hahn, vide nella parte absidale una preesistenza benedettina risalente alla metà del X secolo. L’idea era che i Cistercensi non avessero rifabbricato chiesa e monastero accontentandosi del loro aspetto originario conferitogli dai Benedettini. Il resto dell’edificio era ritenuto opera dei Cistercensi in collaborazione con maestranze locali. La seconda tesi, quella sostenuta dalla Fraccaro De Longhi e accolta dalla Raspi Serra, riconobbe in Santa Maria in Falleri una fondazione del tutto cistercense. La grave crisi spirituale ed economica, che colpì l’Ordine cistercense fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, segnò la fine di molte abbazie. Tale fu il destino di Falleri.

La storia dell’abbazia si concluse alla metà del Trecento, ma la data precisa del ritiro dei Cistercensi è ignota. Da un documento del 1792 della Camera Apostolica si apprende che la chiesa continuava ad essere officiata fino al 1798 quando il culto si interruppe a causa del saccheggio che l’edificio subì ad opera delle truppe napoleoniche. Il complesso vide peggiorare la sua situazione di degrado quando, a metà del XIX secolo, chiesa e monastero divennero proprietà privata. Nel 1904 il complesso venne riscattato e acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1910 l’edificio di culto, ad esclusione del monastero che rimase privato, entrò a far parte del demanio statale. Un primo restauro della chiesa avvenne nel 1933 ma solo con la complessa campagna dei primi anni Novanta del Novecento fu possibile salvare l’edificio dallo stato di abbandono in cui versava, intervenendo tempestivamente su quelli che erano stati i danni maggiori: il tetto, crollato nel 1829, la pavimentazione e la parte superiore della facciata. Venne così recuperata la struttura conferendole l’aspetto attuale e restituendola al culto e alla pubblica fruizione. L’abbazia venne posta sotto la tutela della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale che, dal 2003, la aprì sistematicamente al pubblico.

Il perimetro esterno della chiesa presenta, alla sommità, una cornice di archetti pensili poggianti su piccole mensole. L’abside maggiore è ritmata da una partitura verticale di paraste cui sono addossate semicolonne coronate da rigidi capitelli a foglie d’acqua.

Il lato nord è suddiviso da contrafforti in quattro scomparti in corrispondenza della navata maggiore, da lesene nella parte inferiore le quali inquadrano una coppia di monofore. Il fianco sud è visibile dal lato del monastero e presenta le stesse aperture del lato settentrionale in corrispondenza del cleristorio, mentre in basso, nella parete della navatella, non ci sono aperture.

La facciata, scandita da due paraste che arrivano ad un livello inferiore rispetto al culmine del portale, si apre all'interno della chiesa attraverso tre occhi circolari, in corrispondenza di ciascuna navata. Al centro campeggia un portale marmoreo strombato. Esso è composto da due coppie di colonnine e di lesene e tre archivolti a tutto sesto che chiudono una liscia lunetta marmorea, ornata da una cimasa e fregiata di una croce greca. Su due dei conci di marmo che formano il rivestimento del portale si possono leggere due iscrizioni. L'epigrafe di destra menziona, molto probabilmente, il nome del committente dell’opera, un certo Quintavalle; l’iscrizione posta a sinistra, invece, ricorda gli artefici del portale ossia Lorenzo e suo figlio Jacopo, esponenti della celebre stirpe dei Cosmati.

Principalmente due furono per Lorenzo e Jacopo le fonti di ispirazione per realizzare il portale: la vicina porta di Faleri Novi - la cui somiglianza nelle proporzioni e nella struttura dell’archivolto è assai evidente - e le rovine della sottostante città romana, ancora oggi in parte visibili, che furono modello per la classicheggiante decorazione dei capitelli. Differenze stilistiche tra i capitelli più interni e quelli più esterni ci permettono di attribuire i primi a Lorenzo e i secondi a Jacopo, figlio che ancora non possiede una mano esperta come quella paterna. Se a Falleri Jacopo è definito filius di Lorenzo, nel portale del vicino Duomo di Civita Castellana, definendosi magister romanus, ci offre un utile elemento per datare i lavori scultorei dell'abbazia.

A Civita Castellana i due artisti lavorarono nei primi anni del XIII secolo e questa data costituisce un termine ante quem per datare i lavori di Falleri. L’interno, con la sua sobrietà, rispetta fedelmente i rigorosi precetti dell’Ordine Cistercense. La chiesa, divisa in tre navate, ha pianta longitudinale a forma di T e presenta un transetto sporgente a cinque absidi di cui quella centrale poligonale e le laterali semicircolari. Il transetto è coperto da una volta a botte conica. A sud si affaccia al fianco orientale con tre monofore e con due aperture - una in basso a sinistra e l’altra in alto a destra - attualmente murate. Un passaggio ad arco collega questa zona alla navatella sud. Il braccio settentrionale presenta tre aperture con struttura ad triangulum e una porta stretta e senza stipiti che conduce alla navatella nord. Il coro chiude la basilica con un presbiterio sopraelevato e due coppie di absidiole che aprono sul transetto, coperto da volta a botte. La copertura originale presentava soltanto la volta a botte nel transetto, che avrebbe dovuto coprire anche la navata centrale, malgrado ne rimanga dubbia l’effettiva realizzazione. Per le navatelle si ipotizza l’utilizzo di una falda di tetto, realizzata tra il XIII e il XIV secolo, trasformata poi in volta a botte, in parte ancora visibile. Le navate sono scandite da pilastri cruciformi che svolgono la funzione di rinforzo, ai quali si addossano delle paraste rettangolari per ogni lato. Verso occidente sono intervallati da pilastri a sezione quadrata, cui corrisponde un’apertura. Nella zona verso l’altare sono separati da colonne di spoglio sopra le quali si apre una coppia di monofore. La varietà di sostegni deboli, ora colonne ora pilastri quadrangolari, fu determinata esclusivamente da ragioni di carattere pratico: era ben reperibile in loco un’abbondante quantità di materiale di spoglio che, quando possibile, fu impiegato per ottimizzare con parsimonia costi e tempi di realizzazione. La navata centrale, più alta, è scandita da arcate longitudinali a tutto sesto e strutturata in quattro campate. Si apre alla zona del transetto con un arco a tutto sesto. Quasi tutti i capitelli, ricchi di eleganti decorazioni a fogliami traforati, sono recuperati da antichi edifici romani e abilmente immessi nella nuova costruzione monastica. Tuttavia, accanto ai pezzi di reimpiego, vi è anche la messa in opera di sculture eseguite appositamente per adattare i marmi antichi alle nuove esigenze.

A Falleri scompaiono, pertanto, alcune delle caratteristiche peculiari dell’opera dei marmorari romani: ridotta ai soli capitelli compositi la decorazione scultorea, del tutto assente la policroma tarsia marmorea. Gli artefici hanno dovuto evidentemente sintonizzarsi con l’estetica essenziale ed austera propugnata da San Bernardo. Hanno così potuto proporre, attraverso la messa in risalto degli elementi strutturali, un tipo di scultura che, per certi versi, anticipa elementi di primo gotico.

Angelelli Arianna
Costantini Paola
Morano Agnese
diritti interamente riservati delle autrici; le foto sono state fornite dalle stesse;


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COLLEGAMENTI CONSIGLIATI

Marmorari romani

Abbazia Fossanova (foto)

Stile cistercense a Ferentino

 

 

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