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Nota Informativa/studio Esseci, in occasione mostra alla Galleria Nazionale Arte Antica (palazzo Barberini) -Roma 2008

 

 

 

 

La scuola artistica riminese del Trecento

 

  

La mostra Giovanni Baronzio e la pittura a Rimini nel Trecento è l’occasione per considerare di nuovo il “mistero” di un ambiente artistico come quello riminese, che, fiorito in maniera repentina tra la fine del ‘200 e gli inizi del ‘300, si sviluppò per circa un cinquantennio per poi scomparire, incapace di rinnovarsi a confronto con le scuole bolognese e veneta.

 

Operanti in una città da un lato cosmopolita per i rapporti con gli altri centri italiani, il mondo d’oltralpe, le regioni adriatiche e l’Oriente bizantino, dall’altro attraversata da tensioni politiche e religiose, dei pittori riminesi si conoscono pochi documenti e dati certi.

Diversi autori di cui parlano le fonti rimangono ancora privi di opere, in una condizione di anonimato artistico. Ciò nonostante gli studi hanno fatto passi avanti importanti e si sono potute distinguere due generazioni. Alla prima appartengono personalità come Giovanni (notizie dal 1292 al 1309/14), Giuliano (noto dal 1292 al 1323) e quella ancora sfuggente di Giovan Angelo, che forse intervenne nello spettacolare ciclo nel coro della chiesa di S. Agostino.

Successivamente troviamo attivi pittori come Pietro (notizie dal 1324 al 1338), autore e direttore nel grande cantiere della Cappella di San Nicola a Tolentino, Francesco (ricordato nel 1333), forse coincidente con il Maestro di Verucchio, Giovanni Baronzio, il Maestro di Montefiore.

 

Artisti come questi erano certamente inconsapevoli di creare una “scuola”, invece erano ben coscienti, per motivi di organizzazione del lavoro e di acquisizione di incarichi, di costituire in città un gruppo piuttosto compatto. Naturalmente potevano essere in concorrenza fra loro ma all’occorrenza formare delle società (come fecero Giuliano e Pietro nel 1324 per realizzare un polittico nella chiesa degli Eremitani a Padova, purtroppo perduto). Alcuni di loro erano addirittura legati da strettissimi rapporti di parentela: si tratta di Giovanni e Giuliano, insieme anche al più sfuggente Giovan Angelo, fra i protagonisti assoluti della pittura riminese.

Questa situazione insieme alla prassi della bottega secondo cui i maestri già affermati tramandavano la tecnica e la cultura artistiche ai propri allievi favorirono sicuramente il diffondersi di un linguaggio pittorico di base, da cui si diramarono autonome e originali interpretazioni. I modelli formali ed espressivi con i quali confrontarsi i pittori riminesi li trovarono in Giotto, cioè in colui che, come scrisse il pittore e trattatista Cennino Cennini alla fine del Trecento, “rimutò l’arte del dipingere di greco in latino, e ridusse al moderno”.

 

Come i loro colleghi umbri, toscani, romani, anche alcuni riminesi studiarono e forse parteciparono al cantiere giottesco di Assisi. E’ certo tuttavia che un episodio determinante fu il passaggio del grande toscano a Rimini, poco prima del 1300: di quel transito rimane oggi la monumentale Croce in San Francesco ma il suo intervento si era esteso anche ad un ciclo affrescato nella stessa chiesa, perduto per la realizzazione del Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti.

I pittori riminesi ebbero così direttamente in città la possibilità di studiare la modernità della pittura di Giotto ma è da come essi continuassero ad aggiornarsi sulle successive imprese del pittore toscano a Padova.

In quanto originali interpreti di quella modernità, fondata su una rappresentazione pittorica più sensibile ad indagare la natura e l’uomo, i riminesi contribuirono ad evolvere la cultura e la percezione visiva del pubblico medievale di ampi territori, fossero essi i potenti o colti committenti, oppure i semplici devoti in preghiera dinanzi alle immagini da loro dipinte.

 

Per questo è ancora un mistero la veloce perdita di influenza della scuola riminese. Certamente la peste del 1348 probabilmente uccise alcuni dei suoi artisti più valenti, come Baronzio; quell’evento seppure terribile non spiega in maniera chiara le ragioni di un declino così rapido, che lasciò spazio agli artisti di altre aree, in particolare quella bolognese, che dalla pittura riminese avevano tratto linfa vitale.

 

fonte: studio Esseci

 

Giovanni Baronzio, nota biografica

  

 

Giovanni Baronzio è fra i protagonisti della grande scuola pittorica riminese del Trecento. Nonostante siano poche le notizie fornite dai documenti contemporanei, si ritiene che l’arco cronologico della sua attività artistica si sviluppasse verosimilmente tra gli anni venti e gli anni cinquanta del Trecento.

La sua produzione giovanile presenta affinità con quella di un altro suo collega, Pietro da Rimini (di cui si hanno notizie dal 1324 al 1338), ma emergono già i caratteri tipici di Baronzio: il riferimento ai modelli di Giotto; una spiccata capacità nel raccontare per immagini gli episodi sacri; un accentuato gusto per la decorazione, evidente non solo nel compiacimento con cui descrive dettagli delle architetture o dei personaggi (vesti, armature, etc.) ma anche nella realizzazione dei fondi oro finemente incisi.

L’influsso di Giotto, che lavorò per Rimini, è evidente nei pittori riminesi della prima generazione, ma in Baronzio questa attenzione sembra essere più ampia e approfondita e perdurare in sue opere degli anni quaranta: dimostra in particolare la conoscenza del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova, forse vista direttamente o nota attraverso la circolazione di disegni.

Del 22 dicembre 1343 è uno dei pochi documenti noti dell’artista. Baronzio è testimone all’atto con cui l’Ospedale di Santo Spirito di Rimini rinnova la concessione di un terreno a un tale Francesco, della contrada di Sant’Agnese: “Iohanne Baroncio pictore” era in compagnia di “domino Forano”, canonico di Cesena, e di “magistro Iohanne de Florentia”, medico. Circostanza, questa, che è indicativa non solo del buon grado di affermazione sociale del pittore, il cui fratello era un notaio, ma che può illuminare anche sull’età matura del pittore.

Tra le principali opere di destinazione pubblica sono il dossale per la chiesa francescana di Villa Verucchio, databile al 1330 circa; quello con Storie del Battista, databile fra il 1330 e il 1340. Intorno al 1340 venne incaricato per la pala dell’altare maggiore di Santa Colomba, l’antica cattedrale di Rimini. Punto di riferimento per la sua biografia è il 1345, anno in cui firma e data il polittico conservato nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, proveniente dal convento francescano di Macerata Feltria.

Un altro documento, databile entro il 1362, informa che Baronzio, residente nella detta contrada di Sant’Agnese, era già morto così come il fratello Deutacomando e il figlio Comando. La loro sepoltura è indicata nel cimitero della chiesa di San Francesco (nel ‘400 trasformata da Leon Battista Alberti nel celeberrimo Tempio Malatestiano). E’ uno dei principali centri religiosi della città anche per i legami di carattere politico con la Signoria dei Malatesta: Giotto venne incaricato di dipingere la grande croce pensile che ancora vi si conserva. Non è un caso che Baronzio vi trovasse sepoltura, a confermare un particolare legame con il potente ordine francescano.

 

La pittura narrante di Giovanni Baronzio

 

       Il dossale di Baronzio per la chiesa francescana di Villa Verucchio, databile al 1330 circa, è considerato l’opera più alta fra quelle oggi conosciute del pittore riminese.

L’individuazione della committenza e della collocazione originaria permette di comprendere meglio l’importanza di questo ciclo dedicato alla Passione di Cristo alla luce della spiritualità e anche della politica dell’ordine francescano.

Si apprezza la capacità di narrazione della storia sacra di Baronzio, che, seppure dovette elaborare il programma con la consulenza  o sulla base di una precisa traccia fornitagli dai francescani di Villa Verucchio, aveva la responsabilità di organizzare al meglio il racconto per immagini, affinché questo risultasse il più efficace possibile per il pubblico.

L’artista poteva contare su una tradizione francescana già molto consolidata nella predicazione e nella produzione di testi devozionali. Il suo desiderio di essere sepolto nella chiesa San Francesco a Rimini ce lo indica legato a doppio filo con l’ordine: ciò non solo per ragioni di convenienza professionale, essendo i francescani i principali committenti fra Romagna e Marche, ma anche per genuina adesioni ai loro modelli religiosi.

 

Il racconto della Passione si snoda con una coerenza che deve avere visto sicuramente l’intervento di uno o più francescani di grande cultura teologica e abilità predicatoria nella stesura del programma.

Nel pannello riminese la narrazione si sviluppa su due registri, da sinistra a destra e dall’alto verso il basso, partendo dall’Ultima Cena fino alla Salita al Calvario. Immaginando il pannello della Crocifissione al centro, ancora disperso, si passa a quello della Galleria Nazionale, dove il racconto prosegue dal registro superiore, con la Deposizione dalla croce, per scendere subito in quello inferiore e risalire fino ad inquadrare la Pentecoste. Qui Baronzio dipinge significativamente una Madonna in preghiera assai bizantineggiante, dal manto con le pieghe dorate, proprio per sottolineare la dimensione metafisica della scena conclusiva del ciclo.  

Ogni scena ha al proprio interno dei particolari che arricchiscono il tema principale, introducendo ai devoti ulteriori argomenti da considerare, funzionando così come una sapiente predica, concretamente fissata in immagini pittoriche e non più solo retoriche. Significativa in tal senso l’Ultima cena, ove Baronzio si preoccupa di collocare uno di fronte all’altro seduti alla tavola, san Giovanni Evangelista con il capo chino su Gesù, mai abbandonato dal giovane apostolo, e Giuda, che invece lo abbandonò tradendolo. Il significato simbolico dell’eucarestia è chiaramente indicato dall’apostolo a destra, che in maniera chiara volge lo sguardo invitando lo spettatore a fare altrettanto verso la successiva scena dell’Orazione di Cristo nell’orto, dove appare il calice eucaristico. 

 

nota: Il restauro del pannello di dossale di Giovanni Baronzio della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, come il progetto della mostra che intorno ad esso ruota, è frutto della collaborazione fra la Soprintendenza per il Polo Museale Romano e la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, che ha finanziato l’intervento sul dipinto.

 

 

a cura Studio Esseci ed organizzazione mostra

 

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