sommario schede

 

documentazione a cura dello studio esseci e del museo TESORO DUOMO  di monza

IN OCCASIONE DEI RECENTI RESTAURI

 

La Cappella della Regina Teodelinda (o degli Zavattari)

 

 

 

 

foto di Piero Pozzi/studio Esseci

 

La cappella della Regina Teodelinda è posta sul lato settentrionale del transetto del Duomo di Monza. Fu eretta contestualmente allo sviluppo della chiesa, e testimonia il delicato passaggio dinastico tra la famiglia ducale dei Visconti e quella degli Sforza, richiamato simbolicamente nei dipinti con indicazioni araldiche e metaforiche.

 

Sebbene la ricostruzione del Duomo nelle forme attuali abbia inizio nel maggio del 1300 la Cappella della regina Teodelinda fu realizzata a cavallo del XIV. Il ciclo d’affreschi è considerato – con le prove lasciate da Michelino da Besozzo, Pisanello e Bonifacio Bembo, alle quali esso sembra indissolubilmente legato - uno dei capolavori del gotico internazionale, oltre all’esito  artistica migliore degli Zavattari, famiglia di pittori con bottega a Milano e attivi in Lombardia per tutto il Quattrocento. Il nucleo dei “frescanti” era composto da Cristoforo, il capostipite, già ricordato nel 1403 per i suoi lavori nel Duomo a Milano, dal figlio Franceschino - sempre documentato in Duomo dal 1417, al quale sono stati attribuiti alcuni affreschi di Palazzo Borromeo, oltre al mazzo di tarocchi Visconti detti Brambilla e conservati nella Pinacoteca di Brera sempre a Milano -, dai suoi tre figli, Giovanni, Gregorio e Ambrogio, con i quali lavora a Monza e (solo con gli ultimi due) alla Certosa di Pavia. La “dinastia” è conclusa da Franceschino II, figlio di Giovanni e fratello di Vincenzo, Giangiacomo e Guidone.

 

La cappella fu dipinta in due riprese tra il 1441-44 e il 1444-46 e, con ogni probabilità, da quattro diverse “mani”. Si ritiene che Franceschino concepì l’intero ciclo e che realizzò le scene dalla 1 alla 12; il cosiddetto “secondo maestro di Monza”, identificabile con Giovanni, condusse quelle dalla 13 alla 34; Gregorio dipinse le scene dalla 35 alla 41 e il “quarto maestro di Monza”, forse Ambrogio, le quattro finali. La scena 32, sulla quale compare la firma e la data 1444, è ritenuta da molti, oltre che uno dei vertici poetici del ciclo, il punto di passaggio tra la prima e la seconda campagna pittorica, come attesterebbero anche recenti ritrovamenti d’archivio.

 

Il complesso procedimento utilizzato dagli autori, nel quale convivono tecniche diverse come l’affresco, la tempera stesa a secco, la decorazione a rilievo, le dorature in foglia e in pastiglia, mostra la straordinaria versatilità delle botteghe dell’epoca e trasforma i dipinti in magnifiche miniature di dimensioni monumentali.

 

Le 45 scene narrano la storia della regina Teodelinda (570 ca. – 627) a partire dai resoconti storici di Paolo Diacono (VIII sec.), autore della Historia Longobardorum, e di Bonincontro  Morigia (XIV sec.), autore del Chronicon Modoetiense. Sviluppata su una superficie di circa 500 mq ed organizzata in cinque registri sovrapposti, la narrazione segue un andamento orizzontale da sinistra a destra ed è così suddivisa: le scene da 1 a 23 descrivono i preliminari e le nozze tra Teodelinda di Baviera e Autari, re dei longobardi e culminano con la morte del re; da 24 a 30 i preliminari e le nozze tra la regina e il secondo marito Agilulfo; da 31 a 41 la nascita e lo sviluppo della sua chiesa a Monza, la morte del re Agilulfo e la morte della regina; da 41 a 45 lo sfortunato approdo in Italia e la partenza per Bisanzio dell’imperatore Costante.

 

Il ritmo si fa viavia più lento o più serrato a seconda dell’importanza politica e storica dei momenti narrati. Ben 28 tappe del racconto sono dedicate a scene nuziali – i due matrimoni della regina -  circostanza che ha più volte portato gli studiosi a ritenere i dipinti un omaggio a Bianca Maria Visconti - grazie all’affascinante analogia che naturalmente si crea tra la regina longobarda e la principessa lombarda - e quindi alle sue nozze con Francesco Sforza, avvenute proprio nel 1441.

Molti sono i racconti che riguardano la vita di corte - balli, feste, banchetti, battute di caccia, ma anche viaggi e battaglie – e numerosi i preziosi particolari forniti dai protagonisti di tali scene  – abiti, acconciature, armi e armature, atteggiamenti e attitudini. Tutto ciò fornisce nell’insieme uno dei più ricchi e straordinari spaccati della condizione cortese nella Milano del XV secolo, l’ambiente forse più europeo nell’Italia dell’epoca.

 

Nell’altare della stessa cappella, realizzato attorno al 1888 in stile neo-gotico su progetto di Luca Beltrami, è custodita la Corona Ferrea, più celebre e sacra tra le oreficerie del Tesoro del Duomo.

 

 

Cappella di Teodelinda: storia dei restauri

 

Le prime esigenze di restauro e mantenimento delle pitture furono avvertite già nel secondo decennio del Seicento, ma fu un secolo dopo, nel 1714, che venne effettuato il primo intervento di restauro sui dipinti.

Nel 1771 venne modificato l’arredo liturgico e l’altare ligneo della cappella fu sostituito con un altare marmoreo, a sua volta smontato tre anni dopo il secondo restauro, avvenuto tra il 1881 e il 1882. Al suo posto al posto dell’ara neoclassica venne eretta, nel 1896, quella ancora in loco, progettata da Luca Beltrami e realizzata per dare collocazione definitiva alla Corona Ferrea, nel quadro di una risistemazione sistematica degli spazi (rifacimento della pavimentazione, inserimento della boiserie e della cancellata metallica). Nel corso di quest’ultimo intervento venne ricollocato in cappella, dopo un’attenta campagna di scavo che permise di definirne con esattezza la collocazione del 1308, anche il sarcofago della regina Teodolinda, trasferito nell’area presbiterale probabilmente in epoca barocca.

 

In termini cronologici, l’ultimo intervento di restauro fu quello realizzato da Ottemi della Rotta nel 1960, per rimediare anche ai danni che l’umidità portata sacchi dai sabbia posizionati nella cappella durante il secondo conflitto mondiale, per preservarla da eventuali crolli, aveva prodotto sui dipinti.

 

Grazie all’interessamento e al sostegno del Soroptimist International Club di Monza e al coinvolgimento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, per mezzo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, nel 1991 furono intraprese approdite indagini che portarono a monitorare i flussi di umidità e temperatura nella cappella e a definire quali potessero essere le prime iniziative da intraprendere per migliorare il più possibile le condizioni ambientali. Vennero indicate come necessarie una serie di azioni d’urgenza, prontamente intraprese dalla parrocchia San Giovanni Battista,  quali il rifacimento delle coperture, la sostituzione degli infissi delle tre finestre - al fine limitare gli sbalzi di temperature dovuti ai repentini cambiamenti del clima - la schermatura dei vetri delle finestre del tamburo, per evitare l’irradiamento solare diretto sugli affreschi.

 

Tali indagini, come quelle realizzate nella stessa occasione dagli incaricati delle società Pan Art e Lucchini Restauri, furono completate dagli approfondimenti storici, archeologici e storico-artistici sulla cappella e sul duomo nel Quattrocento, del ciclo pittorico da essa ospitato e sulla storia dei restauri che la interessarono nei secoli. Tutto ciò confluì in un volume che, caso più unico che raro, fu pubblicato come premessa ad un auspicato intervento e non al termine del restauro.

 

A partire da quella data proseguirono, contestualmente alla ricerca dei fondi necessari, anche gli studi avviati tramite ulteriori approfondimenti, come quello che portò nel 2003, grazie al Consilio Nazionale delle Ricerche, all’indagine su alcuni prelievi del film pittorico al fine di identificare con assoluta precisione la tecnica di esecuzione dell’opera.

 

Nel 2007, spinte anche dal coinvolgimento del World Monuments Fund Europe che ha adottato il progetto approvando un primo finanziamento, la Regione Lombardia e la Fondazione Cariplo si sono assunte l’impegno di concorrere in modo decisivo e determinante alla messa a disposizione delle cospicue risorse economiche mancanti e la Fondazione Gaiani, neonato ente di gestione del Museo, ha accettato il compito di coordinare e gestire il progetto di restauro nel suo insieme.

 

 

Cappella di Teodelinda: le ragioni del nuovo intervento

 

Le origini del degrado vanno ricercate principalmente nella tecnica pittorica utilizzata dagli artisti. Dalle prime indagini preliminari, effettuate nel 1991 presso il laboratorio di chimica dell' Opificio delle Pietre Dure di Firenze del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, venne riscontrata la presenza di pigmenti non comunemente usati nell'esecuzione di dipinti murali ad affresco. Le pitture furono infatti eseguite con una tecnica mista. I pigmenti minerali compatibili con la causticità della calce sono stati stesi ad affresco o a mezzo fresco (i volti e le preparazioni degli abiti e degli sfondi), mentre il completamento dell'esecuzione pittorica è stato ottenuto stemperando i colori in leganti proteici e stendendo gli stessi direttamente, a secco. La trasposizione del disegno preparatorio sull'intonachino fresco è stata realizzata tramite incisione diretta, ancora evidente lungo le vesti e su tutte le zone successivamente dorate.

L'analisi chimica del colore azzurro ha rivelato l'utilizzo di un legante proteico con polvere di lapislazzuli mescolata a carbonato di calcio. Per le decorazioni delle vesti più preziose sono state usate lamine di stagno d’orato, oggi in gran parte danneggiate, in altri casi si trovano colori come vermiglione e lacca di garanzia con leganti oleosi, che ora si stanno frantumando irreversibilmente. Quest’ultimo legante è stato utilizzato per i verdi dei fondi boscosi, molto danneggiati. Gli sfondi in oro in pastiglia sono in alcune zone ridorati a missione e presentano alcuni irreversibili distacchi.

Nonostante quanto causato dalle tecniche e dal tempo, i danni maggiori sono imputabili ai restauri  attuati tra XVIII e XIX secolo, eseguiti con solventi aggressivi e non idonei a una pittura così delicata e sensibile.

 

Il film pittorico mostra inoltre un’evidente umidità di risalita capillare con alto inquinamento di solfati e nitrati così come le lacune prodotte per dilavamento dall’acqua piovana penetrata dalle finestre prima del recente rifacimento degli infissi

 

Gli intonaci risultano distaccati dalla muratura in più zone, la superficie presenta una planarità discontinua con scarsa coesione all’arriccio. Sulla parete sud-est sono poi visibili nuove e sempre più preoccupanti fessurazioni.

 

I benefici che deriveranno dal restauro saranno molteplici. Non verrà solo recuperata e assicurata al futuro un opera d’arte di primaria importanza che rischiava ulteriori e irreversibili danneggiamenti, visti gli estesi distacchi di intonaco verificatisi degli ultimi anni.

Sarà anche possibile approfondire le conoscenze fino ad oggi raggiunte a riguardo non solo delle tecniche pittoriche utilizzate a metà del XV secolo, qui straordinariamente riassunte in una sorta di ‘campionario polimaterico’, ma anche dello stato d’identificazione e attribuzione precisa delle varie “mani” che si alternarono nella realizzazione dell’opera.

Inoltre, si darà la possibilità ai visitatori di poter accedere al cantiere e di poter partecipare in qualità di osservatori a tutte le fasi dei lavori. Si potrà quindi dimostrare che la valorizzazione del patrimonio culturale può essere un’occasione educativa a tutti i livelli.

Grazie al restauro infine, il mito e la straordinaria storia non solo di Teodelinda e della Corona Ferrea, ma anche dell’intero complesso monumentale del Duomo di Monza, saranno – dopo la grande attenzione suscitata dalla nascita del nuovo Museo – ancora una volta l’occasione per confrontarsi con un patrimonio artistico e culturale unico e irripetibile.

 

La Corona Ferrea

 


foto studio Esseci

 

Nell’altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno degli oggetti più importanti di tutta la storia dell’Occidente cristiano. Conservatasi miracolosamente fino ai nostri giorni, è composta da sei piastre d’oro ornate da preziosissime gemme, rosette e smalti, e reca al suo interno un cerchio di metallo - dal quale la corona prende il nome di “ferrea” - che per antica tradizione si ritiene essere uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione del Messia. La reliquia sarebbe stata ritrovata da sant’Elena nel 326 e da lei fatta inserire nel diadema del figlio, l’imperatore Costantino.

La tradizione, che lega la corona alla passione di Cristo e al primo imperatore cristiano, spiega il valore simbolico attribuitole dai re d’Italia, che l’avrebbero usata nelle incoronazioni per attestare l’origine divina del loro potere e il loro legame con gli imperatori romani. Recenti indagini storiche ritengono che la corona, che così come si configura oggi deriva la sua forma da interventi realizzati tra V e IX scolo, sia un’insegna reale ostrogota passata ai re longobardi e pervenuta infine ai sovrani carolingi, che l’avrebbero restaurata e donata, attorno all’XI secolo, al duomo di Monza. A partire da allora la storia del diadema fu indissolubilmente legata a quella della sua città. Ad esempio, nel 1354 Papa Innocenzo VI rivendicò come diritto indiscusso– anche se subito disatteso - l’imposizione della corona d’Italia proprio nel duomo di Monza e nel 1576 San Carlo Borromeo istituì il culto del Sacro Chiodo al fine sia di celebrare la straordinaria venerazione della quale la reliquia era oggetto sia di legarla ad un altro Sacro Chiodo, conservato nel duomo di Milano, anch’esso oggetto di venerazione e che, sempre Sant’Elena, avrebbe fatto forgiare a forma di morso per il cavallo del figlio Costantino come ulteriore metafora dell’ispirazione divina nel comando dell’impero.

 

È quindi in virtù del suo valore sacro che la Corona è conservata ancora oggi in un altare consacrato e ad essa dedicato dove è tuttora visibile.

 

Per tradizione sono numerosissime le incoronazioni avvenute grazie al prezioso diadema: oltre a quelle longobarde, basti pensare, rimanendo nel medioevo e citando solo le eccellenze, a Carlo Magno e a Federico Barbarossa. Volendo però citare esclusivamente le fonti documentarie, tra le teste coronate si ricordano: Corrado (1093); Corrado III (1128); Enrico IV (1186), figlio del Barbarossa, incoronato a Monza in occasione delle nozze con Costanza d’Altavilla; Carlo IV (1355), alla cerimonia d’incoronazione è presente Francesco Petrarca; Carlo V d’Asburgo (1530), re di Spagna, Sicilia, Napoli e Sardegna, imperatore del Sacro Romano Impero, è incoronato re d’Italia a Bologna da papa Clemente VII; Napoleone I (1805) che in tale occasione pronunciò la celebre frase “Dio me l’ha data, guai ai chi la tocca!” e che per devozione istituirà l’Ordine della Corona del Ferro; Ferdinando I d’Austria (1838).

La Corona non venne mai indossata dai Savoia anche se fu esposta come reale insegna in occasione dei funerali di Vittorio Emanuele II (1868), che in vita istituì in suo onore l’Ordine cavalleresco della Corona d’Italia, e di Umberto I (1890) che proprio a Monza, città della corona, venne assassinato.

 

(a cura studio Esseci e Museo Tesoro Duomo di Monza/Fondazione Gaiani)

approfondimenti: http://www.museoduomomonza.it/

 

 index